Una persona arriva in seduta arrabbiata perché il partner è arrivato con mezz’ora di ritardo. Un’altra racconta di essere rimasta profondamente delusa perché un’amica non le ha telefonato in un momento difficile. Un’altra ancora dice: «Dopo tutto quello che faccio per lui, mi aspettavo almeno che facesse questo per me».
È facile concentrare il lavoro sull’evento: il ritardo, la telefonata mancata, la mancata reciprocità. Ma spesso una parte importante della reazione emotiva nasce qualche passaggio prima, dalla distanza tra ciò che è accaduto e ciò che la persona si aspettava sarebbe accaduto.
L’aspettativa funziona come un modello anticipatorio: ci permette di prevedere il comportamento degli altri e di orientarci nelle relazioni. Il problema, quindi, non è avere aspettative. Una vita relazionale senza aspettative sarebbe praticamente impossibile.
Il problema emerge quando un’aspettativa diventa una regola invisibile: è evidente per me, quindi dovrebbe esserlo anche per te. E quando quella regola viene violata, la discrepanza viene immediatamente trasformata in un significato.
«Non mi ha avvisato» diventa «non rispetta il mio tempo».
«Non mi ha chiesto come stavo» diventa «non gli importa di me».
«Non ha fatto quello che io avrei fatto per lui» diventa «in questa relazione do sempre più di quanto ricevo».
Non stiamo più reagendo soltanto all’evento. Stiamo reagendo al significato attribuito alla violazione di un’aspettativa.
Non tutte le aspettative deluse sono “false aspettative”
Qui è necessaria una distinzione importante.
Definire semplicemente le aspettative come qualcosa da ridurre rischia di produrre una forma superficiale di adattamento: aspettati meno e soffrirai meno. Ma molte aspettative sono perfettamente legittime.
Se abbiamo concordato un appuntamento alle 20, aspettarsi che l’altro arrivi alle 20 è ragionevole. Se una relazione prevede esclusività, aspettarsi il rispetto di quell’accordo non è un errore cognitivo. Se una persona viene insultata, non abbiamo bisogno di lavorare sulla sua “eccessiva aspettativa” di essere trattata con rispetto.
La domanda clinicamente utile non è quindi:
«Questa persona dovrebbe avere meno aspettative?»
È piuttosto:
«Che tipo di aspettativa è stata violata?»
Possiamo distinguere almeno quattro situazioni.
1. Un accordo esplicito.
“Ci vediamo alle 20.” Entrambe le persone conoscono l’aspettativa.
2. Una norma relazionale ragionevole.
“Mi aspetto che il mio partner non mi umili davanti agli altri.” Non tutto deve essere negoziato esplicitamente per essere considerato rilevante.
3. Una preferenza personale.
“Quando sono preoccupata, vorrei che mi telefonasse invece di scrivermi.”
4. Un’aspettativa implicita.
“Se mi conoscesse davvero, dovrebbe capire che oggi avevo bisogno di essere lasciata sola.”
La delusione può essere autentica in tutti e quattro i casi. Ma non possiamo trattarli clinicamente nello stesso modo.
Il problema dell’aspettativa implicita
Le aspettative implicite sono particolarmente interessanti perché spesso vengono percepite internamente come se fossero accordi condivisi.
Il paziente non pensa necessariamente:
“Avrei preferito che facesse X.”
Pensa:
“Avrebbe dovuto fare X.”
Quel “avrebbe dovuto” contiene molto materiale clinico.
Da dove proviene quella regola? È stata comunicata? È condivisa nella famiglia di origine? È legata a un modello culturale? È una richiesta relazionale ragionevole? Oppure deriva dall’assunto che amare qualcuno significhi anticiparne spontaneamente i bisogni?
Una frase apparentemente semplice come:
“Se devo chiederglielo, non ha più valore”
può raccontare un’intera concezione dell’intimità.
Il gesto spontaneo viene considerato prova di amore; il gesto richiesto perde valore. Di conseguenza, comunicare direttamente un bisogno diventa paradossale: la persona desidera qualcosa, ma sente che chiederla invaliderebbe proprio il significato che sta cercando.
Il risultato è una sorta di test relazionale silenzioso del quale l’altro spesso ignora persino l’esistenza.
Dalla discrepanza al significato
Possiamo pensare alla sequenza in questo modo:
aspettativa → evento reale → discrepanza → interpretazione → emozione → risposta
Immaginiamo:
“Mi aspettavo che mi chiamasse dopo il colloquio.”
La telefonata non arriva.
La discrepanza, da sola, contiene relativamente poca informazione. Ma viene rapidamente interpretata:
“Se fosse interessato a me, si sarebbe ricordato.”
A questo punto non stiamo più elaborando una telefonata mancata. Stiamo elaborando una presunta prova del valore che abbiamo per l’altra persona.
Ed è comprensibile che l’intensità emotiva aumenti.
Per questo, davanti a una reazione apparentemente sproporzionata rispetto all’evento, può essere utile non chiedere immediatamente:
“Perché questa cosa ti ha fatto stare così male?”
Una domanda spesso più produttiva è:
“Che cosa ti aspettavi che succedesse?”
Rende visibile il termine di paragone che fino a quel momento era rimasto implicito.
Il problema della reciprocità immaginata
Un’altra fonte frequente di aspettative riguarda la reciprocità.
“Quando lui aveva bisogno, io c’ero. Mi aspettavo facesse lo stesso.”
Questa aspettativa è umanamente comprensibile. Ma contiene una possibile assunzione: ciò che io spontaneamente offro definisce ciò che l’altro dovrebbe spontaneamente offrire a me.
In altre parole, utilizziamo il nostro comportamento come unità di misura della relazione.
“Io avrei chiamato.”
“Io non sarei mai arrivato in ritardo.”
“Io mi sarei ricordata.”
“Io avrei capito che qualcosa non andava.”
Il problema non è desiderare reciprocità. Il problema emerge quando la propria modalità di prendersi cura diventa implicitamente lo standard attraverso cui misuriamo quella dell’altro.
In terapia può essere utile chiedere:
“Ti aspettavi che rispondesse al tuo bisogno o che lo facesse esattamente nel modo in cui avresti risposto tu?”
Sono due aspettative molto diverse.
Quando l’aspettativa diventa conferma di uno schema
C’è poi un livello più profondo.
Non tutte le aspettative riguardano realmente l’evento futuro. Alcune sembrano organizzate intorno a ciò che la persona già teme di scoprire.
“Alla fine mi lasciano tutti.”
“Non posso contare su nessuno.”
“Devo fare tutto da sola.”
“Se non sono utile, non servo.”
In questi casi una piccola violazione dell’aspettativa può essere rapidamente incorporata in una convinzione più ampia.
Il partner dimentica un appuntamento e l’episodio non rimane:
“Ha dimenticato l’appuntamento.”
Diventa:
“Ecco. Non sono importante.”
Qui l’obiettivo terapeutico non è convincere il paziente che l’altro sia affidabile. Potrebbe non esserlo.
È molto più interessante osservare quanto rapidamente l’episodio viene utilizzato per confermare una conclusione già disponibile.
Una domanda utile può essere:
“Se questo episodio confermasse qualcosa che già temi nelle relazioni, che cosa confermerebbe?”
La risposta può portarci molto più lontano dell’episodio iniziale.
L’obiettivo non è eliminare le aspettative
Un buon lavoro sulle aspettative non dovrebbe produrre persone che non si aspettano più nulla dagli altri.
Dovrebbe produrre aspettative più visibili, comunicabili, negoziabili e aggiornabili.
Posso aspettarmi puntualità e riconoscere che un ritardo non dimostra automaticamente disinteresse.
Posso desiderare reciprocità senza pretendere che l’altro manifesti cura esattamente come la manifesto io.
Posso considerare legittimo un mio bisogno e riconoscere contemporaneamente che l’altro non poteva conoscerlo se non gliel’ho mai comunicato.
E posso anche arrivare alla conclusione opposta: ho comunicato chiaramente ciò di cui ho bisogno, l’altro lo conosce, il comportamento continua e questa relazione non risponde a qualcosa che considero essenziale.
Lavorare sulle aspettative non significa insegnare al paziente a tollerare qualsiasi cosa.
Significa aiutarlo a distinguere meglio tra ciò che desidera, ciò che presume, ciò che ha concordato e ciò che osserva realmente.
Uno strumento pratico: la Mappa delle Aspettative
Quando un episodio produce una forte delusione, rabbia o senso di rifiuto, può essere utile ricostruirlo attraverso sei domande.
1. Che cosa ti aspettavi?
Non “che cosa volevi?”, ma precisamente:
“Se la situazione fosse andata come ti aspettavi, che cosa avrebbe fatto l’altra persona?”
La risposta deve essere concreta.
2. Come avrebbe potuto saperlo?
Qui verifichiamo lo statuto dell’aspettativa.
Era stata detta chiaramente?
Era stata concordata?
Era accaduta regolarmente in passato?
Era una norma ragionevole?
Oppure sembrava semplicemente “ovvia”?
3. Da dove arriva questa aspettativa?
“Perché, per te, è così che una persona dovrebbe comportarsi?”
Qui possono emergere famiglia d’origine, esperienze precedenti, modelli culturali, convinzioni sull’amore, ruoli relazionali o precedenti ferite.
4. Che cosa significa quando l’altro non la soddisfa?
Questo è spesso il passaggio centrale.
“È arrivato tardi” può significare:
“Non mi rispetta.”
“Non sono importante.”
“Non posso fidarmi.”
“Sto dando più di quanto ricevo.”
È importante separare la violazione dell’aspettativa dal significato attribuito alla violazione.
5. Quali altre spiegazioni sono compatibili con ciò che sappiamo?
Non per trovare una spiegazione rassicurante.
L’altra persona potrebbe davvero essere poco interessata, irresponsabile o scarsamente disponibile.
Lo scopo è verificare se quella conclusione è sostenuta dalle informazioni disponibili oppure se è stata selezionata automaticamente.
6. Che cosa rimane vero anche senza conoscere le intenzioni dell’altro?
Questa domanda riporta il lavoro al bisogno concreto.
“Non so perché sia arrivato tardi. Ma so che per me è importante essere avvisata.”
“Non so perché non abbia chiamato. Ma posso dirgli che in quella situazione avrei avuto bisogno di sentirlo.”
“Non so se lo abbia fatto intenzionalmente. Ma so che questo comportamento, se continua, per me non è accettabile.”
Ed è qui che l’aspettativa smette di essere una regola silenziosa e può diventare informazione utilizzabile nella relazione.
Un indicatore particolarmente utile
Alla fine del lavoro, può essere interessante chiedere:
“Che cosa dovrebbe accadere perché tu possa modificare questa aspettativa?”
Se la risposta è “nulla”, potremmo non trovarci più davanti a una semplice aspettativa.
Potremmo essere davanti a una regola rigida, uno schema relazionale o una convinzione identitaria che merita di essere esplorata separatamente.
L’obiettivo non è arrivare a non aspettarsi nulla.
È riuscire a sapere che cosa stiamo aspettando, perché ce lo aspettiamo, se l’altro lo sa e che significato attribuiamo al momento in cui la realtà prende una strada diversa da quella prevista.